sabato 13 novembre 2010

femminile plurale#4

FEMMINILE PLURALE #4
Il giorno della mia prima visita ginecologica strabuzzai gli occhi alla vista del lettino.
“Ma che roba è? Un pezzo della collezione LE MACCHINE DELLE TORTURE?” Ebbene sì. E , per quanto il Medioevo mi sembrasse finito da circa un millennio, mi sentii espropriata della mia contemporaneità.
Non sapevo che non sarebbe finita li.
Ok, il disagio iniziale. Ok quella imbarazzante posizione, con le gambe costrette sopra a due braccetti di metallo, per giunta gelidi. Ok anche a tutti i colori che a intermittenza si alternavano sulla mia faccia attraversando l’intero caleidoscopio dei colori sulla tavolozza dei fucsia, rossi e bordeax.
Quello però sarebbe stato solo l’inizio.
Quando decisi che avrei voluto un figlio, ormai alle visite ginecologiche mi ero abituata.
“…e tu donna PARTORIRAI CON DOLORE!” Disse quel tale , che non nomino per il semplice fatto che non sta bene parlare degli assenti. Mettiamola così: tra parto naturale e cesareo la differenza clinica c’è, ma il DOLORE, quello, è sempre lo stesso, è sempre tanto. Tra il prima e il dopo sembra che ci sia passata addosso un’intera carovana di sioux in fuga per tutto il Canada.
E pare che la tecnologia non abbia risolto il problema. Sono pochi, infatti, gli ospedali che offrono il supporto dell’epidurale che permette di alleggerire il carico di sofferenze.
Ok! Gravidanza portata a termine, marmocchio sfornato e io la scatola, aperta e richiusa come un vasetto Tupperware. Mi dico: “ il grosso è fatto! Adesso arriva la poesia.” Perché in fondo tutti cresciamo con l’idea che avere un bambino sia la cosa più bella del mondo. Sì, lo è…ma la poesia? Dov’è quell’aura magica che dovrebbe farci sbriluccicare gli occhietti al solo annusare il dolce profumo della vita appena arrivata tra le nostre braccia? Ebbene, quel profumo che tanto cerchiamo e riproduciamo cospargendo il pupetto con cremine d’ogni sorta, si perde tra l’odore asfittico dei pannolini e il nauseabondo dei bavaglini.
L’evidenza non si può negare.
E poi l’insonnia, le occhiaie gonfie come borsoni che s’attaccano alla pelle, i nostri vestiti striati di rigurgito, i peli sulle gambe che dimentichiamo di estirpare, le sopracciglia che sembrano grondaie. Per i successivi tre anni ci dimentichiamo di essere donne, mogli, siamo solo mucche con mammella on demand finché il latte dura e donne di fatica fisica, oltre che mentale, perché quei cosetti tanto carini, prima non camminano, e poi non smettono più di farlo. A noi tocca rincorrerli per tutta casa e anche in giro per le strade sembrando pazze isteriche se ci azzardiamo ad alzare la voce e a rischio telefono azzurro se anche un solo passante ci vede stendere uno sculaccione al pestifero monello.
Certo, è vero, non sono tutti pestiferi, non sono tutti monelli, non tutti stanno svegli venticinque ore al giorno. Alcuni riescono a fare 10/ 15 minuti di riposino, altri dormono miracolosamente per ore, ma in tutto questo dire, fare, baciare, lettera o testamento….alla fine della giornata, con la testa fusa, la schiena dolorante, le caviglie gonfie come zampogne li riponiamo nei loro lettini e li guardiamo mentre coi loro pugnetti chiusi si addormentano e cominciano a sognare.
MAGIA!
Dura solo un attimo, perché poi ti volti e vedi che devi ancora sistemare la cucina, sparecchiare la tavola, lavare i piatti, farti la doccia e, magari, occuparti anche del marito….che nel frattempo russa già sul divano.

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hablar para mi

sono io, sono lina, ho 34 anni e parlo di me, delle cose che penso, di quelle che faccio e di quello che non dico e non faccio...non si sa mai.